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TRATTO DA ENDZONE il magazine di football

articolo di Alessandro ECCHILI

Nello sport abbiamo la tendenza ad abusare di termini come coraggio, audacia ed eroi. Poi arriva una persona come Pat Tillman che ci ricorda cosa quelle parole significano davvero”.
Michael Bidwill, Cardinals vice president.

11 settembre 2001.
Due aerei, dirottati dai terroristi di Bin Laden, si vanno a schiantare sulle Twin Towers cambiando il destino del mondo.

Molte persone muoiono, altre si ritrovano con una vita distrutta perché i loro cari erano dentro le due imponenti costruzioni a lavorare, altre ancora piangono gli innocenti che non ci sono più e gli eroici pompieri che, nel tentativo di salvare altre vite, rimangono intrappolati in un inferno di fuoco, senza nessuna possibilità di uscirne vivi, morendo nell’estremo e vano tentativo di evitare che altre persone, sconosciute, rimangano li a bruciare o a ritrovarsi travolti dalle macerie di un crollo che pare scontato.
La gente si lancia nel vuoto sicura di morire, ma in maniera meno lenta e dolorosa; le grida strazianti non si odono, ma le possiamo sentire nella nostra mente, perché tutti abbiamo, per un attimo, provato a metterci nei loro panni, nell’impossibile tentativo di capire il terrore, il dolore, la visione della morte davanti alla faccia.
Senza nessuna via di scampo.

Ecco il primo crollo, ecco il secondo.
Una nuvola di polvere che sa di morte invade le strade, colpisce i palazzi, le auto, la gente e si deposita ovunque.
Il rumore assordante delle torri che implodono e crollano lascia spazio ad un silenzio irreale, rotto dalle sirene, dai pianti, dalle urla di chi non crede a ciò che sta succedendo, ma sotto sotto pensa alla fortuna di essere vivo.

Il mondo è incredulo, la gente davanti alla TV si chiede se sta guardando un film o se davvero sta succedendo quello che nessuno, per infiniti istanti, vuol credere reale.

Quel maledetto giorno ha cambiato tutti noi, ci ha aperto gli occhi, ci ha tolto sicurezza, ci ha messo addosso la paura e la certezza di non essere intoccabili, che quella guerra che siamo abituati a farci raccontare dagli inviati dei media ce la potremmo ritrovare in casa da un momento all’altro, senza alcun preavviso.
Ci siamo accorti tutti di quanto effimere siano molte delle nostre certezze.


 


Torniamo indietro nel tempo, ora.
Poi, come vedremo, la storia raccontata finora e quella che state per leggere si incroceranno. Drammaticamente.

Torniamo ad un 6 settembre, quello del 1976, a San Jose, California.
Quel giorno, in quella città, nasce Patrick Daniel Tillman, da Mary e Patrick sr.

Si capisce fin da quando è piccolo che Pat ha un’innata curiosità; si vede che vuol capire tutto ciò che lo circonda. A otto mesi o poco più inizia a camminare e, crescendo, dimostra di essere intelligente e un tipo “fuori dal comune” ma anche, caratteristica che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza, molto riservato.
Aiuta i due fratellini ogni volta che può, in casa è un bravo ragazzo e a scuola è il migliore, anche se fuori dalla famiglia e dall’aula a volte esagera e riesce a mettersi nei guai, come quella volta che passa una notte in cella a causa di un litigio, avvenuto al termine della High School, durante il quale picchia un uomo reo di aver infastidito un suo amico.
Ma Patrick sa far tesoro dei suoi errori; “ho imparato più da quell’esperienza che da tutte le decisioni giuste che ho preso”, dirà più tardi.

E’ frequentando la Leland High School, il liceo della sua città natale, che Tillman inizia a giocare a Football per il team della scuola (i Chargers) ed è talmente bravo che, nell’anno da senior, risulta decisivo nei successi della sua squadra vincendo inoltre l’ambito “Player of the year honor for the central section”.
Nello stesso anno si diploma col massimo dei voti e conquista altri premi, che riporto di seguito:

- 1st Team central coast section defensive back
- Channel 36 Player of the year
- Mount Hamilton league defensive player of the year
- Mount Hamilton League MVP

La storia non cambia al College, la Arizona State University, dove Pat si dimostra un grande negli studi e nel Football; è uno che non molla mai, eccelle in tutto quello che fa perchè lo vuole, perchè da se stesso pretende sempre il massimo.
Riesce a diventare un giocatore dominante, quando è in campo con la casacca dei Sun Devils, e a portare avanti la carriera universitaria che conclude in 3 anni e mezzo col raggiungimento della LAUREA SUMMA CUM LAUDE in Marketing.

Si impegna più degli altri studenti, si allena più dei suoi compagni di squadra (tra i quali voglio ricordare Jake Plummer, attuale QB dei Denver Broncos, suo grande amico) grazie ad una forza di volontà fuori dal comune che la frase del suo defensive coordinator Phil Snow esemplifica alla perfezione: “Questo ragazzo potrebbe vivere in una caverna per un anno senza cibo”.



Pat Tillman con la maglia di Arizona State


Grazie all’impegno e alla bravura in campo che ne consegue, Tillman diventa l’idolo dei tifosi dei Sun Devils, ma la popolarità, che per molti rappresenta un punto d’arrivo, non intacca mai il suo impegno.
Pat rimane concentrato. Studia, si allena, trascorre i momenti liberi rilassandosi in famiglia o divertendosi con gli amici. Il Nostro non perde mai di vista i suoi obbiettivi: laurearsi e arrivare a giocare a football tra i Pro, cosa che, nonostante la sua stazza non sia proprio da difensore della NFL, rimane uno dei suoi principali sogni.

A testimonianza di cosa Tillman riesce a fare al College ci sono, oltre al fatto di essere stato determinante per i Sun Devils, che nel 1997 arrivano ad un nulla dalla conquista del campionato NCAA perdendo la finale contro Ohio State (ultima partita di college football trasmessa dalla TV in Italia), 3 convocazioni al PAC-10 All Academic Football Team e il raggiungimento del 1st Team Academic All American Honor.
Che altro dire se non segnalare i premi conquistati nelle aule universitarie e sul campo da gioco?
Eccoli in dettaglio:

1997-1998 Pac-10 Medalist
1997 All American (2nd Team)
1997 Burger King Scholarship Award Winner
1997 Sporting News Honda Scholar Athlete of the Year
1997 Pac-10 Defensive Player of the Year
1996 Secon Team All Pac-10 Qutside Linebacker
1995 Second Team All Pac-10 All Purpose Specialist
1996-1997 GTE District VIII Academy All American
1996-1997 Academic All Pac-10
1995 Academic All Pac-10 Honorable Mention
1997 ASU MVP
1996-1997 Clyde B. Smith Academic Award
1997 East-West Shrine, Outside Linebacker, Game MVP
1998 Sun Angel Student Athlete of the Year
1998 NCAA Postgraduate Scholarship Winner

Finita l’Università, Pat, potrebbe trovare facilmente un ottimo lavoro presentando il curriculum studi, ma mai, nella sua breve vita, Tillman sceglie la strada facile. Mai.
Gli Scout della NFL lo considerano poco fisico per fare il Linebacker e troppo lento per giocare da Safety tra i Pro.
Ma lui non demorde; si allena, fa palestra, corre e nel frattempo consegue anche un Master in storia, perché Pat crede fermamente che la mente vada allenata quanto il corpo. Non molla mai, non l’ha mai fatto e non è certo questo il momento di abbandonare il sogno.
Arriva il momento del Draft, siamo nel 1998, i giri delle scelte passano e fino al settimo e ultimo nessuno si interessa a lui.
Lo fanno i Cardinals, franchigia dell’Arizona, che probabilmente lo conoscono meglio degli altri, anche se non pare avere una vera possibilità, visto che di solito i Rookie scelti in fondo vengono tagliati prima dell’inizio della stagione.
Ma le sfide impossibili sono il pane di cui Patrick si nutre; lui è alla ricerca di un limite da superare, di una sfida da vincere, perché la mente umana è potente se uno la sa usare, se uno la allena a battere le difficoltà.
E così è. Il Coach dei Cardinals, Vince Tobin, non ci mette molto tempo a capire che quest’uomo ha la volontà per riuscire a buttare il cuore oltre l’ostacolo, perché Pat glielo dimostra giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, tanto da meritarsi un posto nel Roster.



Dopo l’allenamento coi Cardinals


Questo ragazzo, chiuso in se stesso, schivo e a cui i lussi non interessano (nei suoi anni da Pro, per esempio, continua a guidare la vecchia macchina che aveva al college e rifiuta di comprarsi il telefono cellulare), conquista allenatori, compagni di squadra e tifosi.

Dopo aver conquistato la leadership al Liceo e all’Università, Pat Tillman si avvia a diventare una delle migliori Safety della NFL, compensando, con tutte le atre qualità che possiede, la mancanza di fisico e velocità, che comunque continua, con allenamenti massacranti, a migliorare (tra le altre cose corre una maratona e si confronta coi campioni di triathlon senza sfigurare).
Se pensiamo che nel 2000 (anno in cui diventa HC Dave McGinnis subentrando all’ottava partita a Vince Tobin) batte il record di placcaggi della franchigia con 224, possiamo capire molto di quest’uomo e della forza con cui riusciva a conquistare gli obiettivi che si prefiggeva.



Tillman con la maglia dei Cardinals prima e durante una partita


Patrick è anche un ragazzo di cuore e con dei valori. Negli anni in cui indossa la casacca dei Cardinals entra a far parte dell’associazione locale di volontari conosciuta col nome “Boys and Girls Club of Arizona”. Tillman gira per tutta la Phoenix Valley visitando scuole speciali per salutare i bambini e i ragazzi più sfortunati, per leggere loro libri, per stare loro accanto.

Nell’estate del 2001, dopo che nella stagione precedente si era messo in luce come una delle migliori Safety della Lega, i Rams lo tentano con una ghiotta offerta (9 milioni di dollari contro i 3,6 offerti dai Cardinals). La squadra di St.Louis è molto più forte di quella dell’Arizona, quindi, oltre al conto in banca che si potrebbe ingrossare parecchio, ci sarebbe anche la possibilità di vincere un anello, di diventare campione del Mondo.
Ma Pat non è così, per lui contano altre cose; soldi e fama non valgono il “tradimento” verso la squadra che gli ha dato la possibilità di giocare nella NFL e non possono sostituire l’amore che i tifosi del Sun Devil Stadium hanno per lui. Quella squadra gli ha dato una chance che nessun’altra gli avrebbe concesso, quella gente lo ama per quello che è e lo ha aiutato a migliorare, a diventare un giocatore dominante. Pat lo sa e preferisce rimanere dov’è, perché è forte in lui la voglia di aiutare i Cardinals a migliorare fino a raggiungere i tanto agognati playoff.

Ma arriva quel giorno, un giorno apparentemente come gli altri.
Molto più a nord di dove abita, a NY, scoppia il finimondo, quel finimondo che ho già tentato di raccontare.
L’11 settembre 2001 è il giorno in cui un’ incursione terroristica e la vita di Patrick Daniel Tillman si intrecciano. Drammaticamente, come già detto.
Cambia la sua vita. La scala dei valori non può più essere la stessa per Pat. Al football si sostituisce la volontà di fare qualcosa per la Madre Patria, per quella Madre che lo ha visto nascere, ma non lo vedrà morire, quella Madre alla quale sacrificherà la vita, perché lui era così, non riusciva a cullarsi sugli allori; se poteva fare qualcosa non riusciva a guardare da un’altra parte, fissava quella cosa negli occhi e la sfidava.
Intervistato dopo l’attentato Pat dice: “In momenti come questi ti fermi a pensare a quanto di buono abbiamo, al tipo di società nella quale viviamo e alle libertà che ci vengono concesse… Gran parte della mia famiglia è partita per combattere una guerra e io non ho mai fatto un accidente di niente!”

E così quel brillante giovane rinuncia ai soldi, alla fama, ad una vita tranquilla, perché la Patria lo chiama e Pat non può fingersi sordo; entra nell’ufficio del suo Coach e gli comunica la decisione di lasciare il football (rinunciando a qualcosa come 3 milioni e mezzo di dollari e prenderne 18.000) per arruolarsi nell’esercito.
”Pat sa qual è il suo scopo nella vita -dice il Coach ai giornalisti- lui desidera lasciare i campi da football per una chiamata che considera più importante”.

Tillman non spiegherà mai il perché di quella decisione, fedele al suo modo di essere. Un uomo introverso, ma generoso e che mai, nella vita, si è accontentato di di ciò che aveva raggiunto.



Pat in divisa


Pat si arruola, assieme al fratello Kevin, e viene assegnato al corpo dei Rangers, al 75° regimento di Fort Lewis.
Finito l’addestramento viene destinato all’operazione “Iraqi Freedom” nel 2003 (per la quale viene premiato con l’”Arthur Ashe Courage Awards”) per poi essere spedito in Afghanistan durante l’operazione “Enduring Freedom” nel febbraio del 2004.

E lì, il 22 aprile 2004, muore, lasciando la giovane moglie Marie, i genitori, due fratelli, molti amici e molta gente che non lo dimenticherà mai.
Muore lasciando un vuoto incolmabile in chi lo conosce, lo ama e ne apprezza le doti di uomo straordinario che ha sempre compiuto il suo dovere di studente, giocatore e militare nel migliore dei modi.
Muore compiendo l’estremo sacrificio per qualcosa in cui credeva e, indipendentemente da come ognuno di noi può considerare l’ideale che lo ha portato in mezzo a quelle rocce alla ricerca di Bin Laden, gli va riconosciuto di aver dato tutto per quello in cui credeva.

Della sua morte si discute ancora. Com’è morto Tillman? Pare che l’errore di un suo comandante, che durante un rastrellamento tra i monti Afgani avrebbe diviso in due tronconi la sua squadra di ricognizione, sia stato determinante. Quelle rocce pullulavano di Talebani e la paura unita all’inesperienza di molti di quei ragazzi ha causato un tiro incrociato (iniziato quando le due parti si sono ritrovate una di fronte all’altra) che è costato la vita a Pat. L’unico a cadere quel giorno maledetto. Ucciso da “fuoco amico”, forse lasciato lì ancora vivo. Ma parliamo di una guerra e quello che succede durante le battaglie lo può capire solo chi c’è stato in mezzo.
Non sta a me giudicare, chi c’era sa cosa è successo e, a parer mio, gli unici che hanno diritto di sapere la verità e che potranno eventualmente renderla pubblica sono i familiari di Patrick. Quella verità che ”Pat ha sempre cercato, anche quando era scomoda” come ricorda il padre.

Dopo la sua morte ci sono state molte espressioni di cordoglio in tutti gli States e soprattutto in Arizona.
Le tre squadre per le quali ha militato hanno ritirato la maglia col suo numero (Leland High School e Arizona State il 42, i Cardinals il 40). Inoltre il liceo Leland gli ha intitolato il nuovo stadio.

Al Sun Devil Stadium è stata messa una targa alla sua memoria, dove i tifosi continuano a mettere fiori, lettere, ricordi e in tutti i campi dove si è giocato durante quella settimana (qualsiasi fosse lo sport) gli è stato tributato un minuto di silenzio.
Ecco, in dettaglio, tutti gli onori riservati a Pat dopo la sua scomparsa:

- Linking Sports and Communities; Tucson, AZ
- Audie Murphy Patriotism Award; Decatur, AL
- Victor Awards; Las Vegas, NV
- NFL Hall of Fame Game; Canton, OH
- #40 Retired with Cardinals
- San Pedro Sports Walk of Fame
- SJ Sports Hall of Fame; San Jose, CA
- #42 Retired at Arizona State
- #42 Retired at Leland High School
- Inaugural Lott Trophy Award
- Inducted as Honorary FDNY Member
- 2005 Schow Donnelly Award
- Army’s Silver Star



La moglie di Pat, Marie, abbraccia Richard, fratello del defunto marito, durante la cerimonia del ritiro della maglia n°40


La lapide al Sun Devil Stadium e il minuto di silenzio prima della partita degli Arizona Diamondsbacks


I familiari di Pat, dopo quel triste giorno, hanno creato la PAT TILLMAN FOUNDATION.
La frase che capeggia nella pagina Web -
http://www.pattillmanfoundation.net/ - è:
The Pat Tillman Foundation seeks to carry forward his legacy by inspiring and supporting others striving to promote positive change in themselves and the world around them.
E io mi auguro che i miglioramenti che questa fondazione si prefigge di apportare avvengano davvero.

C’è chi comprende e chi no quello che Tillman ha fatto, chi lo considera un eroe e chi un “coglione”, ma la cosa che conta è che a Patrick non interessava affatto il giudizio della gente. Non voleva piacere alle persone, voleva essere se stesso e fare ciò che riteneva giusto arrivando ad essere uno studente modello, ad essere un grande giocatore di Football nonostante la “stazza” non adatta, arrivando infine a lasciare questa vita.
Sono certo che la “pellaccia” l’avrebbe riportata a casa volentieri, come sono sicuro che mai si è pentito della sua scelta, nemmeno mentre moriva in mezzo a quelle rocce arse dal sole del deserto.
Un deserto, quello dell’arizona, lo aveva visto conquistare soldi, fama e soprattutto il rispetto della gente, un altro, molto distante dal primo, accoglieva i suoi ultimi respiri.



La copertina dedicatagli da SI


Io ti ammiro Pat Tillman. Vorrei avere un centesimo della tua forza e spero, il giorno che toccherà a me, di incontrarti ovunque tu sia per poterti stringere la mano, pur sapendo di non esserne all’altezza.

Riposa in pace Patrick, riposa in pace EROE che avrebbe odiato sentirsi chiamare così.
Ma tant’è.

Perdonami se puoi, ma così mi sento di definirti, ben consapevole che altri non saranno d’accordo, ben consapevole che non lo saresti nemmeno tu.

Ciao Pat


       

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